L'acqua bolle a 100 gradi - Parte 5

Il Bottini era il suo capo. I due andavano d’accordo come la marmellata e gli spaghetti. Solo esseri fuori dal mondo come i crucchi trovavano gustosa una schifezza simile. Il Bottini, rigorosamente con l’articolo come si usa nella valle Padana, era un ometto di un metro e sessantacinque, quattro capelli bianchi ai lati e una pelata mal tenuta al centro. Sessant’anni portati alla peggio per intenderci. Aveva fatto mille lavori in vita sua. La scuola gli aveva fatto prurito ben presto e a quattordici anni già lavorava in cantiere come garzone. Gli extracomunitari erano quelli che arrivavano da sotto Bologna e la paga era da fame. Girava quintali di malta e portava secchi lungo i ponteggi, rincorso da bestemmie indicibili in bergamasco stretto. Probabilmente in quel tempo si formò il suo carattere brusco. Operaio in fabbrica a venti. Il giorno speso a caricare camion di tondini del venti e a smadonnare sul tornio. Una propria officina meccanica a trentacinque e tredici ore di lavoro al giorno per mantenere la strega e suoi due figli. Un fallimento a quarantotto e la nuova vita alla Traco, dove dopo dieci anni di chilometri e fatica, riuscì ad essere nominato responsabile del distaccamento della Bovisa. Il suo piccolo regno. Un ufficio di due metri per due, una scrivania ricoperta di linoleum, quattro furgoni e due camion da gestire. Tutto filava da Dio ormai. La strega era morta due anni prima. Se l’era portata via un tumore fulminante. Con lei se n’erano andate le litigate della sera. Il dopo cena. I figli ormai grandi avevano lasciato la città e si facevano vivi solo alle feste comandate. Poi, da quando il maggiore aveva dichiarato la propria omosessualità, meno si faceva sentire e meglio era. “Se Dio ci voleva tutti finocchi, non avrebbe mai inventato la donna”, amava rispondere al figlio quando il discorso si faceva spesso. Ma in fondo gli voleva ancora bene. Gli era rimasto il suo lavoro, le partite a scopa al circolo, i film la sera tardi a casa, quando non tornava troppo stonato anche per la tv, e Jasmine, ventottenne mignotta nigeriana. Sempre il ventisette del mese con lo stipendio in saccoccia . Perfetto, senza troppe responsabilità ed impegni. “Cosa voglio di più alla mia età”, si ripeteva spesso. Solo una persona gli faceva saltare letteralmente i nervi. Pino Lo Monaco.Non sopportava quel latin lover da strapazzo, quella sua allergia alle regole, quei suoi capelli lunghi, quell’idea che avrebbe potuto avere ciò che voleva se solo avesse voluto. Ma soprattutto non tollerava i suoi ritardi. Anche quella mattina gli altri erano già partiti per le loro consegne e lo stronzo non si vedeva nemmeno all’orizzonte. Guardò nervosamente il pacchiano orologio a muro del suo ufficio. Una patacca tonda con le tette di Pamela Anderson come sfondo. Una lancetta era appoggiata sul polso destro e quella dei minuti di taglio sul seno sinistro. “Porca la troia le otto e un quarto” sbuffo il Bottini.Come promesso nell’ultimo match avuto con Pino, gliele avrebbe fatta pagare cara. Scaglio’ la Gazzetta contro il nudo linoleum ed uscì in garage sbattendo la porta e tirando Madonne.

3 commenti:

lunafragola ha detto...

mannaggia, devo aspettare per leggere il resto, ma ne vale la pena.Hai un modo di scrivere diretto e senza fronzoli che arriva dappertutto. Grazie Cozzy

medusa ha detto...

l'ho detto: la prosa è accattivante e coinvolgente...
ma la storia... la storia mi fa paura a bestia!
ho come l'impressione che un si vada a finire a nulla di bono, e che non avrò un lieto fine...

medusa ha detto...

hem.. anche se temo quello che accadrà, ora son troppo curiosa!
dai, dicci il seguito!
anche du' righine ogni tanto...
:D