L'acqua bolle a 100 gradi - Parte 4

Pino per campare faceva il corriere espresso. Non guadagnava molto, ma aveva il suo furgone con cui scorrazzare per la città, la sua bella divisa marrone ed oro e il suo senso di discreta libertà che altri lavori impiegatizi in passato gli avevano sempre negato.Stare chiuso tra quattro mura non era mai stato il suo forte. Le bestie selvatiche se si tengono in gabbia, si intristiscono e poi si lasciano morire.Li invece doveva solo caricare il Ford Transit con le consegne del giorno, studiarsi il giro da fare per metterci il meno tempo possibile ed il gioco era fatto. Incontrava ogni giorno una moltitudine di persone nuove, qualcuna gradevole, altre meno. Anziani soli, famiglie rumorose, impiegate nevrotiche e perennemente di fretta, manager scontrosi e semplici pensionati che ritiravano pacchi per conto di figli troppo presi dai loro lavori. A volte mogli annoiate che gli offrivano volentieri il dolce della casa, facendogli saltare il giro delle consegne.Pino si era organizzato per bene, il Transit era la sua seconda casa o forse la prima.Dato che ci doveva trascorrere gran parte della giornata si era portato appresso tutto il suo mondo. Sul pannello che divideva l’abitacolo dal vano di carico, proprio dietro i poggiatesta troneggiava un poster. Lo rimirava ogni volta che saliva al posto di guida e una smorfia di stima gli segnava il viso. Un metro per uno e mezzo di carta patinata ritraeva ciò che lui aveva sempre sognato di essere. Gli spalti di San Siro impazziti dietro e lui con i capelli lunghi raccolti da una sottile fascetta nera, la faccia da schiaffi e le braccia larghe e tese in segno di esultanza, quasi a sbeffeggiare il mondo intero. In lontananza la notte meneghina. Zlatan . Non tifava Inter, ma avrebbe voluto essere lui, in qualunque squadra dell’universo. Uno che o si ama o si detesta. Mai indifferente, mai banale in ogni suo gesto.Il secondo giorno di lavoro aveva sradicato lo stereo di serie che saltava alla traccia successiva ad ogni sobbalzo. La musica è come una bella donna, va ascoltata con cura, viziata quanto basta e soprattutto rispettata. Quello stereo le mancava di rispetto, schiaffeggiandola ad ogni buca. Istallò un Pioneer di ultima generazione e due casse con i controcazzi, spendendo la metà del suo primo futuro stipendio. Nel cassetto portaoggetti la sua vita in musica. Ascoltava di tutto, ma aveva un debole per la musica rock e quella italiana d’autore. A suo dire rispecchiavano perfettamente i suoi stati d’animo. La rock quando aveva bisogno di carica o quando giravano e quella d’autore per i momenti di riflessione. Il tempo per lui si era fermato ai primi anni novanta. La musica moderna lo infastidiva salvo rare eccezioni. Era lo specchio dei tempi e quello che vedeva ultimamente gli faceva distogliere lo sguardo sempre più di frequente. Quando ascoltava i Kiss si immaginava su di un palco, con le zeppe ai piedi ed il viso dipinto di bianco. La suoneria del suo cellulare era “I was made for love you” e più di una volta aveva rischiato lo schianto facendo lo scemo al ritmo di “Dr Love”. Del resto “She call me Dr Love” chiamava alla demenza precoce. Led Zeppelin per i momenti più riflessivi e Battisti per le sere malinconiche. A completare il tutto il minifrigo attaccato all’accendisigari sempre rifornito con dell’ottima Tennent’s gelata.Il navigatore per le consegne sempre acceso ma rigorosamente muto. Questione di priorità nella vita, amava dire.Se gliel’avessero rubato quel dannato furgone si sarebbe gettato di testa nel Naviglio puzzolente per la disperazione.

1 commenti:

lunafragola ha detto...

mentre leggevo immaginavo ME al suo posto e una meravigliosa sensazione di libertà mi entrava dentro, vorrei essere capace di farlo anche io. A questo servono le buone letture, a farti sognare carissimo Cozzy