Pino viveva in cinquanta metri quadri in Via delle Forze Armate, zona Baggio, giusto dietro il vecchio ospedale militare. Non proprio Beverly Hills per chi non bazzica da quelle parti. Il vecchio proprietario gli spillava seicento euro al mese, la metà della paga per intenderci. Le due rate in arretrato erano ormai una tradizione, come gli insulti che doveva schivare ogni volta che non riusciva ad evitare il vegliardo. Una camera da letto, un salotto con angolo cottura e un bagnetto in cui ci si entrava a fatica. L’arredamento era rimasto come congelato alla fine anni settanta, piastrelle con motivi a mosaico e tappezzeria di quart’ordine alle pareti. Tende dozzinali bianche con enormi papaveri rossi sparsi qua e la. Sembravano lanciati a caso sull’organza come dadi sul piazzale dietro il trotter alle quattro del mattino di una notte estiva.
Aggrappati alle pareti, mobili ormai fuori moda con inserti in vetro e mensole che ospitavano i rifiuti delle sue tasche. Monetine, accendini e scontrini tenevano d’occhio il tavolo ricoperto da una tovaglia pesante blu, sulla quale Pino cenava le poche volte che rincasava dopo il lavoro.Su di un mobiletto anticato troneggiava nostra signora televisione, compagna delle sue rare serate solitarie.
Di fronte, il divano color senape, in linea retta con la porta d’ingresso, il porto più vicino dove attraccare quando il tasso alcolico non gli permetteva di raggiungere la camera da letto. L’angolo cottura si limitava allo stretto necessario per fare due uova al tegamino con pensili ricoperti da formica bianca e gialla, a volte scollata agli angoli, a volte rattoppata alla buona con del mastice. Il lavello traboccava di piatti non lavati a mollo in tre dita d’acqua e detersivo. Sul fornello una pentola ancora sporca di sugo di pomodoro.
Appesi dappertutto quadri raffiguranti i disegni di Leonardo da Vinci. Con il resto dell’arredamento c’entravano come la marmellata con gli spaghetti, ma spesso Pino si soffermava a scrutarli con interesse e non li avrebbe cambiati per nulla al mondo.
Aveva sempre considerato Leonardo come un marziano capitato per caso sulla terra secoli fa. Non si spiegava altrimenti come all’epoca si potesse pensare di costruire un elicottero o il paracadute quando tutti andavano a piedi o a cavallo. Come tutti i grandi non fu capito dagli uomini del suo tempo, si ripeteva spesso.
Pino aveva cambiato solamente il letto, a quello ci teneva particolarmente. Era il suo compagno d’avventura e non poteva certo permettersi di risparmiare sull’attrezzo del mestiere. L’aveva acquistato appena affittata casa. Infatti, entrato in camera per la prima volta, si lanciò sul vecchio che schiantò di colpo sotto il suo peso. Raccattò i pezzi immaginando cosa sarebbe successo in un’altra occasione. Con un ghigno dipinto in volto si recò al mobilificio Ferrari, di proprietà del padre di un suo compagno di squadra, da tutti chiamato Testarossa per via dei capelli e del cognome ingombrante.
Spese soldi che non aveva e la settimana successiva un tatami color venghè sfavillava tra le sue quattro mura.
Certo non era un loft in zona fiera, ma nessuna donna che usciva da quella topaia si era mai lamentata dei mobili.





















5 commenti:
Non leggo altri commenti. Sono la prima ad aver letto la parte terza? Mi piace! Ora pero' comincio ad appassionarmi un po' troppo e comincio a diventare anziosa di leggere la parte 4!
bravo, bravo Cozzy! Aspetto anche io la prossima puntata.
Ciao socio, son qui come vedi... ora ti leggo, volevo prima darti tiro a segno della mia presenza. Intanto complimenti per la grafica noir che rende assai, ma ssai eh! ;-)
Baci
Socia
Caro socio ti ho letto in tutti e tre, appunto tre, come l'immaginario mi fa apparire il tuo personaggio. Sai si dice che qualcuno abbia la doppia personalità, io qui ci ho visto un tris che piano piano magari viene fuori. La descrizione fisica mi ispira un tipo, il carattere duro e asciutto un altro, l'atteggiamento un altro ancora, insomma in somma un gran paraculo.
E si sa che la classe di appartenenza affascina assai...
Come sai anche che scrivi come scrivi e ti si legge con l'immobilità dell'attenzione tesa, che manco se si suicidasse il gatto me ne accorgerei. Sei un descrittivo pazzesco, dici più in particolari che in fatti e questa caratteristica si conguaglia bene con la chiarezza e l'ironia con cui ti esprimi...
Non hai una mente bacata come dici nella prefazione, essa, sempre iperattiva si vede anche qui, in questi pezzi di day life che potrebbero essere di un qualcuno che esiste davvero in questa grigia, emblematica, arrogante, febbrile, Milano.
Finalmente ti vedo scrivere come ti ho conosciuto scrivente e ne sono felice e fiera. Sei sul podio dei miei scrittori preferiti, lo sai e qui confermo.
Tieni le dita umide, la tastiera complice, il garage neuronale ed emotivo aperto e vai avanti...sicuro.
Con stima
H.B
@Dora: Ora vedo di postare la parte 4, devo solo trovare il tempo di scrivere la parte 5...
@Luna: Ora arriva stai sintonizzata...
@Helene: Poveri gatti panciuti. Sei di parte quindi non vale, ma ti ringrazio lo stesso...
P.s. Passa i turni alla socia che ci facciamo una birretta..
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